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SPETTACOLI/A Venezia tra i fantasmi
di Amanda Huelse 

IN mezzo ai prati veneziani, dove vecchie fortezze abbandonate sorvegliano le notti d’estate che passano piano, gironzolano un gruppo di fantasmi in cerca della verità: la verità sulle loro vite, la verità sulle loro morti, la verità sulla loro identità. Quest’estate ho prenotato un posto per far parte del selezionatissimo pubblico che ha guardato questi fantasmi raccontare le loro storie. Si chiama ''Limen,'' ed è la produzione di un piccolo gruppo teatrale nato alla periferia di Venezia. TeatroIdea é il loro nome e questa è la loro terza estate al Forte Gazzera, una ex base dell’esercito italiano nelle guerre di oltre un secolo fa. Adesso, fortezze che come questa hanno perso il loro scopo originale, sono occupate dalle rane o dagli insetti che le nutriscono. Ma oltre che un paradiso per le rane, il Forte Gazzera lo è diventato per il teatro: un’organico spazio drammatico con corridoii che rimbalzano le voci degli attori tra ogni stanza, una illuminazione naturale fino alle 9 di sera, e infine i vantagi dello spazio pubblico, quindi gratis. 

TeatroIdea ha scoperto forte Gazzera già tre anni fa. Quest’anno avevo saputo che avrebbero utilizzato la capacità drammatica del forte per far paura come in una ''casa di fantasmi'' durante il carnivale. Fantasmi ispirati dai lavori di Edgar Allen Poe, Guy Maupassant, Agatha Christie, Manuel Vazquez Montalban e il teatro Giapponese No. 

Ci avviciniamo al ponte con le candele dove qualcuno, piccolo piccolo (sembra un nano vestito tutto di nero) ci accoglie salutandoci. Il sole era sparito tra le montagne un’ora prima e siamo alla mercé della luna e delle piccole candele che illuminano i nostri piedi. Il ''nano'' all’improviso diventa un gigante, un uomo sui trampoli (nascosti dal suo mantello lungo immagino) con un cappello altissimo sulla testa. Rompe le catene tra noi spettatori e il ponte con la sua canna e ci guida al fondo del forte. La, incontriamo il nostro ''maestro'' per la serata: un tipo un po’ matto, vestito in uno smoking con una giacca strettissima che si toglie nei primi pochi minuti con la velocità di uno studente houdiniano. Ci offre un bicchiere di Prosecco tinto di blu, mentre ci rivela che lui vive nella fortezza. Tra strane voci ci invita nel suo mondo e noi lo seguiamo. Mi viene da ridere: ma cos’é? O sento paura? Questa forma di teatro dipende dallo stato emotivo dei suoi spettatori e cosi siamo noi che ci sientiamo direttamente responsabili per come procede lo spettacolo. E allora, che faccio, mi decido a credere ai fantasmi, o resisto e rischio di togliere la suspence al dramma? Mi sento un po’ esposta. Passiamo un prato e entriamo in corridoi abbandonati del forte dove troviamo ancora le candele e sentiamo fantasmi con l’eco di uno che piange, uno che ride, uno che urla, un’altro che sussurra. Il lunatico ci guida a ogni destinazione, a ogni scena: di solito un’aula umida con la terra per pavimento e pochi oggetti per creare l’effetto. Ma sempre troviamo un ''fantasma'' che racconta la sua vita, la sua morte, e le lezioni imparate. Ogni ''carattere'' si presenta in un monologo scritto con l’imaginazione degli attori, e si resta incantati, ascoltando come un bambino che aspetta di essere spaventato. 

La bellezza naturale di questo tipo di teatro non sta solamente nell’ambiente in cui è recitato, ma nel contatto intimo che si instaura tra ogni attore e il pubblico. Questo secondo la tradizione del teatro antico nel mondo occidentale. Le famose troup della Commedia dell’Arte del sedicesimo secolo si fondava su un teatro con tre mura, che lasciava agli spettatori un posto sul palco. Alla fine non si capisce se tutti questi personaggi dello spettacolo dovrebbero essere dei fantasmi, o semplicamente dei pazzi. In ogni caso l’esperienza è sensoriale. 

Dopo lo spettacolo ho avuto l’opportunità di parlare con Chiara Borgonovi, co-presidente di Teatro-Idea e regista di Limen. 

Come hai deciso di fare questo tipo/forma del teatro? Perché hai scelto questo soggetto gotico? 

''Innanzi tutto occorre fare una distinzione tra le modalità espressive e il contenuto. Da alcuni anni abbiamo abbandonato l'idea di teatro tradizionale (quello con gli spettatori seduti e il palco etc.) perchè ci siamo resi conto che ci andava stretta e che cercavamo un modo diverso di esprimerci. Dopo alcune esperienze formative con un gruppo di Rovigo (Il Teatro del Lemming) che ci ha aperto la via al teatro sensoriale, abbiamo elaborato questo nostro modo di proporci al pubblico. La collocazione delle nostre performance in luoghi storici è venuta da sè come conseguenza della volontà di far rivivere emozioni e spazi inscindibilmente insieme. Quanto al gotico è una tematica che ci diverte, che permette di entrare in contatto con la parte negativa, con il lato oscuro inesplorato. E le emozioni che riusciamo a suscitare negli spettatori sono sempre sul filo dell'ironia''. 

Ci sono altre compagnie teatrali che fanno spettacoli in questa fortezza, o ci siete solo voi?

''Solo noi usiamo i forti in questo modo. Altre compagnie organizzano rassegne teatrali ma in modo assolutamente convenzionale''. 

Ogni vostro spettacolo è sempre così interattivo? 

''Sì, cerchiamo il coinvolgimento diretto con il pubblico. È una prerogativa della nostra poetica: ci nutriamo delle emozioni che riusciamo a suscitare negli spettatori''. 

Quali sono le parti migliori nel recitare un teatro del genere? Cosa significa ''interattivo'', la gente che passa? E le parti più difficili? 

''La parte migliore è senz'altro il contatto con il pubblico, la sensazione che mentre recitiamo ci sia una vera e propria comunione tra gli esseri. La gente che assiste ai nostri spettacoli ci passa moltisse emozioni, l'importante è che si lascino coinvolgere, molto semplicemente. La parte più difficile è che si è totalmente in balia del pubblico, ovvero se ci troviamo di fronte persone che si mettono in una posizione di chiusura o, peggio, che per maleducazione disturbano l'andamento della performance, facciamo molta fatica a mantenere la concentrazione e fare lo spettacolo nel migliore dei modi. Altra cosa difficile è tutto il lavoro preparatorio e lo ''smontaggio'' dello spazio. Ogni nostro spettacolo prevede l'illuminazione esclusivamente con candele o torce e per illuminare a dovere ne dobbiamo posizionare centinaia''. 

Dove hai trovato gli attori? 

''Gli attori sono in parte persone che già recitavano con me e che hanno condiviso la mia stessa formazione: Michela Carbone e Marco Menegoni. Senza di loro sarebbe impossibile realizzare gli spettacoli, sono entrambi molto creativi e ci compensiamo a vicenda. Gli altri sono allievi dei laboratori teatrali che da anni teniamo''. 

Racconta un po’ della tua storia nel teatro, della tua esperienza.

''Come ti dicevo non posso parlare solo della mia storia senza parlare anche della storia stessa di TeatroIdea. Michela ed io abbiamo fondato l'Associazione nel 1985 (avevamo 18 anni) e già recitavamo insieme da anni facendo cabaret e spettacoli comici e per un po’ di tempo abbiamo continuato a proporci come comici. Poi ci siamo evoluti, abbiamo approfondito le nostre competenze e, come dicevo, ci siamo resi conto che per noi il teatro inteso in senso tradizionale era ''morto'' e che avevamo bisogno di trovare una nuova via espressiva. 

Marco Mengoni ha iniziato a lavorare con noi 8 anni fa. Pur venendo da esperienze diverse ha subito sposato il nostro modo di fare teatro ed ora è un elemento fondamentale soprattutto per la sua capacità di impostare gli attori e come co-regista''. 

Come si riassume, in una frase, questa esperienza? 

''Diciamo che stiamo cercando di rivitalizzare il teatro senza servirci di facili mezzi tecnici (effetti luce, scenografie etc.) infondendo in quello che facciamo le nostre emozioni più profonde. Quasi una spoliazione dalle suppellettili per permettere al pubblico di condividere le nostre stesse anime''.

Per maggiori informazioni potete visitare il sito www.teatroidea.it